Ne ha fatti di più il lavoro – una lettera e un ossario.

E dietro le venia sì lunga tratta
   Di gente, ch’i’ non avrei mai creduto,
   Che tanta morte n’avesse disfatta

Dante Alighieri, Inferno, Canto III.

Ne ha fatti di più il lavoro.

E anche in questi giorni di crisi sanitaria la strage silenziosa di medici e infermieri, di farmacisti e operatori sociosanitari ci racconta un’ecatombe che continua e che non accenna a fermarsi.

Pubblico dunque qui, a mo’ di prontuario o di memorandum per i giorni che verranno, per i giorni della ricostruzione, una lettera che mi è stata mandata da un’infermiera di Milano, che mi ha contattato per raccontare il dramma che in questi giorni i lavoratori della sanità italiana, pubblica e privata, stanno vivendo.

Sono un’infermiera pugliese e lavoro ormai da due anni in una clinica privata di Milano. Dopo circa un anno di lavoro in condizioni precarie nella mia città con partita iva e costi esorbitanti per la cassa previdenziale di noi infermieri, senza alcun guadagno effettivo considerando il fatto che giù’ ancora purtroppo si ha una concezione della mia professione alquanto antica e ristretta alla cerchia degli infermieri più “anziani” o più “conosciuti” ho deciso di trasferirmi con il cuore spezzato nella città delle grandi opportunità, potrà sembrare strano perché c’è gente che magari pensa : il tuo lavoro puoi farlo ovunque, e invece no a quanto pare non era così nemmeno per me.

Dopo pochi mesi di lavoro la bella notizia : contratto a tempo indeterminato,opportunità di carriera, corsi di formazione, possibilità di fare un master in qualsiasi campo della mia professione desiderassi specializzarmi, piccoli sogni che iniziano ad avverarsi e che iniziano ad accorciare le distanze da tutto ciò che hai lasciato al sud, famiglia,affetti, calore, luoghi, mare in cui hai sempre vissuto.

Ma non sono qui per parlare di me, sono qui per parlare di tutti noi infermieri della Lombardia che ci troviamo in questo momento a combattere una guerra, come dei poliziotti mandati in una sparatoria senza il giubbino antiproiettile.

Stimo tantissimo i colleghi che in questo momento si trovano in prima linea, a fronteggiare seriamente l’emergenza, senza star a pensare ai telefoni o ai selfie o a farsi una sorta di pubblicità , perché ho tantissime testimonianze di colleghe che mi assicurano che la realtà è molto diversa da un selfie con i segni della mascherina, o dalla definizione che purtroppo spesso viene data in tv in questi giorni: eroi, salvatori della patria. Per molti non è così, molti sono stati obbligati con ordini di servizio e spediti senza alcun tipo di formazione nei reparti Covid perché magari gli infermieri con più esperienza nella rianimazione volevano tutelarsi. Molti sono amareggiati, provati, si fanno domande su ciò che dopo vorranno fare, se continuare questo mestiere o meno. Psicologicamente e’ devastante. Siamo tutti bravi a far dei selfie nel 2020. In generale io poi non ho mai condiviso più di tanto mie foto personali sul lavoro, o sottolineare la professione che svolgo, ho sempre fatto tutto in silenzio e a testa bassa perché non mi piace “esaltarmi”. Ho scelto questo mestiere per vocazione, e per miei desideri personali, relative a mie esperienze personali. Ho sempre definito il mio lavoro: la mia cura.

Adesso non è più così. Quel 22 febbraio lo ricordo anch io molto bene, dovevo fare notte quella sera e onestamente io ero l’unica preoccupata agli inizi, probabilmente perché sono così di mio. C’era stato un primo caso a Codogno e ricordo che tutta la notte mentre lavoravamo iniziavano pian piano a salire, da 2,3 poi 10 poi 16 fino ai giorni successivi che penso tutti ricordiamo. La mia collega cercava di rassicurarmi. Io,conoscendo il mio reparto, ero molto preoccupata.

Non tutte le realtà sono come vi immaginate, con gli eroi bardati che combattono il mostro invisibile. Purtroppo in Lombardia e in molte cliniche di Milano la situazione è molto più tragica. Non sono stati forniti DPI, all’inizio sino alla terza settimana di emergenza i “capi” e i medici stessi ridevano di noi se indossavamo delle mascherine chirurgiche, vietavano di usarle perche’ si potevano spaventare “i clienti” della clinica. Continuavano a non ridurre le attivita’ chirurgiche, gli ingressi in reparto sia di pazienti senza accertarsi da dove provenissero o quanto meno facendo un tampone preventivo all’ingresso e facendo entrare fino alla terza settimana di emergenza 4 parenti per paziente senza alcun tipo di controllo. Si e’ lavorati con casi positivi o potenzialmente positivi senza alcun tipo di tutela ne nei nostri confronti ne in primis per la tutela dei pazienti degenti per tutte le altre patologie esistenti. Perché non esiste solo il covid-19. E le mani degli infermieri sono sempre state screpolate e martoriate dal gel disinfettante o dai troppi lavaggi delle mani. E i visi continuamente stanchi,arrossati dalle mascherine o con le occhiaie. Tutti i giorni della nostra vita si lavora così, perché tutti i giorni siamo a rischio,fisico,biologico,infettivo,chimico. Ma i tamponi per noi infermieri sono VIETATI qui in Lombardia. Perché bisogna continuare a lavorare finché praticamente non si cade tutti come pedine… nel frattempo però vengono fatti tamponi a personaggi pubblici asintomatici,calciatori, politici…. siamo eroi? No. La verità è che non contiamo nulla.

Possiamo essere noi i primi vettori di questo maledetto virus. Chissà che non sia partito dagli ospedali stessi il focolaio? Per avere magari degli incentivi in più dallo stato,dall’Europa??? Perché la zona bergamasca non è stata subito chiusa e creata una zona rossa come è stato per Lodi e Codogno?.. Certo non è questo il momento delle polemiche e delle domande, ma credo che successivamente qualcuno a queste domande dovrà rispondere. Almeno per rispetto di tutte quelle famiglie che hanno perso dei cari senza poter nemmeno dir loro addio.

Ho scelto questo mestiere per vocazione, io come tanti altri, come diciamo di solito, ed è vero. Non lo nego. E ne andiamo fieri. Ma adesso ho solo paura, il mio lavoro non è piu “la mia cura” ma la mia paura, e come me vi assicuro che ci sono tanti altri. Il mio doveva rimanere un ospedale “pulito”. Ma come puoi garantire questo se non hai le giuste dotazioni? Ci sono state troppe falle all’interno di queste cliniche private di Milano, tutto per il budget, per avere i maledetti incentivi dalla regione. E adesso i pazienti sono quasi tutti contagiati, i miei colleghi, qualcuno e’ intubato.

Anche noi infermieri siamo ESSERI UMANI come tutti,con ansie, paure, con delle famiglie a casa da tutelare, non siamo eroi.

Nel frattempo buon lavoro a tutti quei colleghi che stimo.

Letta questa testimonianza allego come link utile il sito dell’osservatorio indipendente delle morti sul lavoro di Bologna che dal 2008 prova, come fosse un ossario digitale, a dare dignità ai nomi dei morti.

http://cadutisullavoro.blogspot.com/




Una risposta a “Ne ha fatti di più il lavoro – una lettera e un ossario.”

  1. […] a ora ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, che non ha tamponato il personale sanitario (https://babbaluci.net/2020/05/02/ne-ha-fatti-di-piu-il-lavoro-una-lettera-e-un-ossario/), che ha messo di suo pugno pazienti covid definiti poco contagiosi nelle RSA, la radice […]


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