MILAN: Dida, Oddo, Nesta, Kaladze, Jankulovski; Gattuso (39′ st Cafù), Pirlo, Ambrosini, Seedorf, Kakà (40′ st Favalli); Inzaghi (20′ st Gilardino).
All. Ancelotti
MANCHESTER UNITED: Van Der Sar; O’Shea (30’st Saha), Brown, Vidic, Heinze, Fletcher, Scholes, Carrick, C. Ronaldo, Giggs, Rooney.
All. Ferguson
Rivedo in queste ore una vecchia partita del Milan, già tredici anni da quel maggio. Dalla partita perfetta.
La rivedo perché un caro amico con cui condivido la fede milanista oggi mi ha ricordato l’anniversario di questo piccolo momento della storia rossonera. Un anno di vittoria nella storia di una squadra che stava già disgregandosi, che aveva toccato l’apice della forma in quel maledetto 2005 e che adesso andava avanti quasi per inerzia.
Eppure: che spettacolo. San Siro è immersa nell’acqua, ma al Meazza è un dominio di 90 minuti, intensità, certo, ma classe, squadra, confronto collettivo su un’estetica di gioco.
I passaggi di Andrea Pirlo sembrano disegnati dal Brunelleschi, cupole precise che si ancorano ai piedi di Kakà e di Inzaghi, Nesta non sbaglia un colpo, è preciso su ogni ingresso, pulito, forse il centrale più elegante e dotato del calcio moderno.
Il primo gol di Kakà è un capolavoro: palla morbida di Pirlo dal centrocampo, passaggio di testa di Seedorf (che in quella partita ha fatto per tre) all’indietro per il brasiliano che la mette dove Van Der Sar non può arrivare.
Che bellezza il linguaggio della cronaca calcistica, come è prevedibile, come è rassicurante.
Il secondo lo firma Clarence Seedorf, ed è un inno laico al gioco del calcio: Pirlo vince un rimpallo prima e un contrasto poi sulla fascia destra, effettua il cross, la palla viene spazzata di testa da Vidic che appena vede i piedi di chi l’ha ricevuta corre fino al limite dell’area per falciarlo.
Tutto quello che riesce a fare è sollevare la palla di un metro, niente di meglio per Il 10 che può, al volo, spararla in rete. San Siro viene giù.
Il terzo gol è di Gilardino, l’11 macina la prateria lasciata dal Manchester. È 3-0. Set. Game. Match.
Meno di un mese dopo avremmo lasciato Atene con la coppa eppure, pensando a quegli anni, è questa la partita che torna più spesso alla memoria. Forse perché avevamo paura, certo, ma se la paura indossasse una maglia diversa per ogni tifoso, per i milanisti sarebbe rossa, e con sopra lo scudetto del Liverpool.
No. Non c’entra la paura. È stata, quella partita, una dimostrazione, un lampo, uno scorcio esemplare o, come direbbe il poeta Milo De Angelis (tifoso milanista) “l’aggettivo / che si posa sul foglio e svetta, la frase / di una lingua canonica e nuova”.
Così quel Milan, quel Milan che non era ancora vicino alla fine del suo ciclo ha dato il suo ultimo grande spettacolo.
Di lì a poco avrebbe venduto al Real il suo pupillo (Ronaldo e Kakà, entrambi in campo vengono acquistati dal Real Madrid nell’estate 2009), avrebbe perso Ancelotti, e avrebbe continuato con una squadra sempre più invecchiata e stanca, destinata a precipitare (pur continuando a vincere e a competere) nel buio del non gioco.
Il Milan – diceva Carmelo Bene – è un fatto culturale, un fenomeno estetico. Il Milan eccede la Materia. È celeste…
E così quella partita non smette di tormentarci proprio in virtù della prestazione maiuscola di una delle squadre meglio assemblate della storia del calcio mondiale.
Non è una finale e non è una rimonta, così il gioco può svilupparsi senza fretta e senza paura, come certi cartoni preparatori di Leonardo: un paesaggio appena abbozzato, un braccio, un viso piagato dalle smorfie sono il cuore della battaglia di Anghiari, già pulsante e chiara per quanti sanno leggere la maestria e la tecnica e incanalarla in una estetica superiore, nominarla opera d’Arte.

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