Il caso che tiene banco in questi giorni e che rischia di spaccare in due il Governo Conte bis in piena emergenza sanitaria è naturalmente quello che vede coinvolti il guardasigilli Bonafede e il magistrato Nino Di Matteo.
Sulla tensione, spesso, si è usata, e forse a ragione, la parola “malinteso”. In un momento di grande tensione, con le opposizioni pronte a strumentalizzare la crescente rabbia sociale e con in maggioranza una scheggia impazzita come Italia viva di Matteo Renzi, difficile sarebbe la gestione pacifica del caso.
Ma è sotto la cenere che si nascondono le fiamme.
Infatti, in questo clima di incertezza e diffidenze, come macigni risultano le parole del capo politico del Movimento 5 Stelle, Vito Crimi, che in diretta a Uno Mattina, durante la giornata di ieri ha affermato: “Noi diciamo no alla regolarizzazione degli irregolari: se il nostro obiettivo è sostenere l’agricoltura allora dobbiamo lavorare a misure per garantire il mercato ma la soluzione non è la regolarizzazione, come se in agricoltura lavorassero solo migranti irregolari, un assunto sbagliato”.
Giù il sipario.
Crimi si riferisce naturalmente alla proposta, sostenuta dalla ministra Bellanova (anima renziana del governo ndr), di regolarizzare il lavoro in nero, specialmente in un momento in cui si rischia di mettere in ginocchio l’economia agricola di un Paese che, specie al Sud, vive, oltre che di turismo, di agroalimentare. Un disastro.
E un disastro sarebbe, come spiegato dalla ong italiana INTERSOS, lasciare che i lavoratori stagionali lavorino senza tutele in piena emergenza COVID-19.
Il tavolo che si è aperto ha visto in prima linea la Bellanova e il sempre attento Peppe Provenzano, Ministro per il Sud. “Una battaglia di civiltà”, l’ha definita, giustamente, Bellanova, che però si trova a cadere, come elemento dirimente, proprio in mezzo alla crisi sulla giustizia.
Se infatti l’asse del centro sinistra (LEU, IV e PD) sI muove compatto, per una volta, lungo la stessa direttrice, l’alt, come abbiamo già scritto, è venuto dal portavoce pentastellato che, allineato alle opposizioni che chiedono investimenti a fondo perduto, ha pensato bene di frenare sull’emersione del nero, ricordando a tutti noi i motivi, assolutamente fondati, di intesa tra Lega e M5S nello sfortunato Conte I.
In un altro tempo, in un’epoca diversa, più vicina ai valori costituzionali, la lotta allo sfruttamento del lavoro nero sarebbe stata la grande, vera battaglia di civiltà da portare avanti.
Tutti hanno bene in mente, in pieno lockdown, le grandi città chiuse il cui silenzio veniva lacerato solo dalle biciclette dei rider di Glovo o Justeat. Nello stesso silenzio, lontano dai nostri occhi da cittadini diligenti che fanno la differenziata, si consuma una battaglia campale fatta di ammazzatine, caporalato e sfruttamento.
Da qui. Da qui, dai campi del Grande Sud del Paese, dai 700.000 lavoratori in nero passa la bruciatura del secolo nostro. Se bisogna costruire una battaglia, e una battaglia forse occorre costruirla, bisogna fondarla su questo inadeguato sangue. Su questo scaraventato nella storia popolo / in apnea.[1]
[1] Tommaso Di Dio, Verso le stelle glaciali, Novara, Interlinea, 2020, p. 17.
Vi lascio, ancora una volta, qualche link utile

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