Non solo questo siamo.
E anzi, passeggiando per la città di Milano, l’atmosfera che si respira è un’altra. Nei mezzi pubblici la distanza di sicurezza è quasi sempre rispettata (nei limiti del possibile) e gli spostamenti continuano a rappresentare il 30/40% del totale.
Utilizziamo le mascherine, chi le ha. Gli altri continuano a mascherarsi il viso con mezzi di fortuna, sciarpe, foulard, pezze di stoffa. Ci si sposta come si può, molti utilizzano le bici, in supermercato si fa la fila, quasi sempre ordinata, si entra in pochi. Tutti siamo preoccupati e, a volerlo, si può giocare sul marciapiede a vedere i due, tre, ogni 10 che in macchina non tengono la mascherina.
Non solo questo siamo, ma anche.
Perché questa città, che come ricorda l’ormai arcinoto Dott. Galli dell’ospedale Sacco, rischia dall’inizio di perdere la “battaglia di Milano”, con entrambe le fauci del mostro che già pungono le tangenziali Nord e Sud.
Durante la Fase 1 la battaglia è stata vinta, malgrado gli Hashtag molto poco utili promossi, tra gli altri, anche dal sindaco Sala e dalla Regione. Ma adesso, in Fase 2, tutto sembra sfumare, tutto crollare in una indeterminatezza, in un limbo di difficile distinzione, che vede contrapporsi ad un tempo cautela e desiderio.
Forse una cautela poteva venire dal Comune, che oggi si affretta a dire che comportamenti del genere non saranno tollerati in futuro, che si potrebbe addirittura arrivare a una chiusura dei Navigli, dei locali da asporto e a un inasprimento dei controlli.
Forse una cautela poteva venire dalla Regione, Regione che fino a ora ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, che non ha tamponato il personale sanitario (https://babbaluci.net/2020/05/02/ne-ha-fatti-di-piu-il-lavoro-una-lettera-e-un-ossario/), che ha messo di suo pugno pazienti covid definiti poco contagiosi nelle RSA, la radice dell’ecatombe lombarda, e che ha pensato poi bene di cambiare repentinamente idea sull’eventuale riapertura senza peraltro fare test sierologici.
E forse, naturalmente, una cautela poteva venire da quei milanesi ritratti in foto senza mascherine. Anche da loro, certo.
C’è poi, naturalmente, un problema percettivo riguardo a questo scatto. C’è un rapporto, spesso poco virtuoso, che coinvolge condivisioni, like, messaggi, liti e visualizzazioni. Lo sappiamo bene.
Quando, i primi di marzo, andava forte sui social network il video di #milanononsiferma a me parve l’ennesimo tentativo di una popolazione bambina (già Leopardi parlava, per il suo, del secolo dei ragazzi) che dopo qualche giorno di ansia giustificata guarda in viso il motivo della crisi (sia esso di natura virale, come è, o ambientale, come probabilmente sarà tra poco) dicendo: non puoi.
Non puoi, tu virus, rovinare la mia tranquillità borghese basata sulla ripetizione, sul già noto, sul commercio di affetti.
Non puoi tu discriminarmi, perché oggi tutto ciò che discrimina è impossibile, perché è passato il tempo delle discriminazioni, degli esili e dei ghetti.
E invece no.
Se ti spingi in un bosco e incontri un orso bruno puoi scappare e poi, stanco di scappare, puoi girarti con grande dignità e dire no, Milano non si ferma, io non mi fermo, ma ecco, nemmeno l’orso. Nemmeno lui si ferma.
Ecco. Questo vale per i milanesi, certo, ma vale anche per la Regione Lombardia e per il Comune di Milano. E c’è bisogno, da parte di entrambe le istituzioni di risposte intelligenti da dare ai milanesi, non di gogne giornalistiche.

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