Nel farsi di ogni avvenimento che poi grandemente si configura c’è un concorso di minuti avvenimenti, tanto minuti fa essere a volte impercettibili, che in un moto di attrazione e di aggregazione corrono verso un centro oscuro, verso un vuoto campo magnetico in cui prendono forma: e sono, insieme, il grande avvenimento appunto.
Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Palermo, Sellerio, 1978, p. 30.
- Silvia è libera
Per ricostruire un’unità nazionale, per superare un momento difficile come questo, difficile per tutti i nostri egoismi, per tutti i nostri individualismi, per le monadi che stiamo diventando e che adesso si agirano mascherati e guardinghi come spettri, come cani senza padrone per le strade d’Italia. Per questo, anche, una notizia come questa ci rende grati.
Silvia è libera.
Era stata rapita il 20 novembre del 2018, la venticinquenne milanese che lavorava in Kenya, nella contea di Kilifi, per la onlus marchigiana Africa Miele. Sta bene, ci dice, non vede l’ora di tornare in Italia.
2. La memoria
Ma per costruire un’unita nazionale, sovranazionale, internazionale, finalmente umana, serve altro. Non basta l’attualità. Non basta il gaudio di una buona notizia. Per farlo serve la memoria, e memoria questo Paese (ma lo diceva già Montanelli) non ne ha. Non ne ha mai avuta.

E non è un problema solo delle Sardine, che certo ieri potevano risparmiarsi questo scivolone. Il problema è diffuso, e i motivi di questa dispersione di memoria non sono pochi.
Questo Paese è infatti circondato da anni da ondate di schiere che lo violano senza nome: mafia, golpe, fascismo, brigatismo: quanti nomi ha preso il potere in questo Paese, in questo Paese che gioca a fare il demente, a fare il cugino mezzo scemo, quando a parlare poi è la politica.
Ieri Di Maio pareva un gigante. Un gigante pareva. Su Facebook ha scritto: “lo Stato non lascia indietro nessuno”. Così ha scritto, commentando una liberazione che un altro Paese europeo avrebbe risolto probabilmente in una decina di giorni. Il Paese di Giulio Regeni. Il Paese dove i compagni di corso di Patrick, a Bologna, nella mia Università, stanno ancora aspettando il loro amico. Lo aspettano da dicembre, quelli.
3. Non lasciamo indietro nessuno
Lo Stato non lascia indietro nessuno. Lo Stato lascia indietro più di qualcuno.
Lo Stato ha lasciato indietro Peppino Impastato, ucciso nella notte del 9 maggio dagli uomini di quel porco di Gaetano Badalamenti (‘u Zu Tanu), che hanno messo il suo cadavere sopra un cuscino di tritolo che è salito in alto, come fuoco nella notte di maggio. Si vociferava di una lettera di suicidio, in cui Peppino parlava d’altro, d’amore parlava, l’amore voleva, l’amore e l’ossessione del pensiero.
Nella stessa notte, in Via Caetani, viene ritrovato dentro la Renault 4 in cui è morto, il corpo di Aldo Moro, ucciso non dalla Mafia ma dai brigatisti, con dodici proiettili esplosi su una coperta. A un passo da Via Caetani si arriva in Via delle Botteghe oscure, a un passo da Piazza del Gesù, monumenti, ossa fossilizzate, a Roma, che raccontano una storia appena passata, che nel 1978 sembrava dover resistere pervicacemente alle intemperie.
(E dall’altro lato, come sembrano vicini adesso, nello spirito, quegli anni fatti di silenzi, di divieti, di paure striscianti e diffuse, di tensione nello scorgere qualcuno, dilà dal marciapiede)
4. Gli idioti
Ci stiamo, è bene dirlo, rompendo le palle di questi cavernicoli. La novità sono le mascherine del duce, e si potrebbe pensare: buon pro gli faccia, ma è più complicato di così. Oggi bisogna stare attenti alle copertine usate dalla stampa. Bisogna stare attenti alle condivisioni sdegnose, perché per ogni condivisione una platea silenziosa si attiva, pensa, elabora concetti, non sempre quelli che la costituzione prevede.
Poco risalto si dovrebbe dare (ben sapendo che anche qui gliene si dà) a queste fesserie.

in ultimo, la vergogna: Silvia percepita come un costo, un costo eccessivo, sottratto ancora una volta agli italiani onesti, gli italiani che lavorano: quasi sempre bianchi, quasi sempre agiati, quasi sempre moderatamente razzisti, quasi sempre pronti alla battuta sessista, e anche in questo caso, loquaci in modo fastidioso, gli idioti.


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