Di recente è apparso su Netflix uno dei primi capolavori che il maestro Franco Maresco ha realizzato senza il fedele Daniele Ciprì (un titolo per entrambi, immancabile: Totò che visse due volte), che perseguendo l’antico scopo di un cinema della realtà che ammicchi al magico e al mostruoso, ha realizzato, nel 2014, il suo Belluscone. Una storia siciliana.
Nel film si racconta, senza rinunciare alla consueta, tragica, ironia siciliana, la grande storia d’amore tra siciliani e Berlusconi. Ma sotto quelle ceneri, già al tempo del caimano, il vero amore dei siciliani rimaneva acceso, vivace: il duce.
Mussolini fu infatti bravissimo a solleticare i desideri dei siciliani, alimentò molte delle bufale che oggi si possono leggere nel bellissimo libro di Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone (Bollati Boringhieri, 2019), come la favoletta della distruzione del problema mafioso ad opera del prefetto Mori (che di fervente fascista aveva poco o nulla – vedasi l’attività svolta a Bologna contro lo squadrismo), la ritrovata identità siciliana in tempi di simpatie secessioniste e altri racconti della buona notte che hanno animato quel legalismo di destra che in Sicilia conta molte teste eccellenti.
Una di queste è senza dubbio il governatore della regione: Nello Musumeci, che dalla Giovane Italia, fino alla nomina come presidente della Provincia di Catania ha svolto l’intero cursus honorum tra le fila del Movimento sociale italiano.
E dunque eccoci qui: Il Ruolo di Pier delle Vigne – si scriveva su questi schermi in un articolo del 14 maggio – toccherà (dando retta ai giornalacci) al giovane favoloso della Lega siciliana, già sindaco di Furci, Matteo Francilia che pare avere il profilo giusto: diploma all’Istituto Tecnico nel 1998 e Laurea triennale in Scienze della formazione conseguita nel 2010. Non potremmo sperare in un profilo migliore. (https://babbaluci.net/2020/05/14/pape-satan-aleppe-o-dei-beni-culturali-siciliani-dati-alla-lega/)
In realtà i giornalacci avevano sbagliato. E anche noi, avevamo sbagliato, per difetto: potevamo sperare in un profilo migliore per il ruolo di assessore ai Beni culturali: Ecce Alberto Samonà.
Siamo, è bene dirlo, su tutt’altro pianeta rispetto al profilo di Francilia: Samonà viene da una famiglia di intellettuali e politici della aristocrazia storica siciliana, basti, a questo riguardo, citare Carmelo e Giuseppe Paolo, ed è autore di numerosissimi saggi, romanzi e opere teatrali, alcune delle quali, pensiamo a Palermo ammucciatu e La bambina all’alloro, anche molto interessanti.
Dove iniziano, allora, i problemi?
- La storia di Samonà, adesso approdato alla Lega, è, come lui stesso la definisce, “limpidamente di destra”: dall’inizio nel Fronte della Gioventù, movimento politico vicino all’MSI, fino al 1994-95 quando fonda, a Palermo, il circolo politico culturale intitolato a Evola.
- C’è poi un’altra storia, meno conosciuta, che vede Samonà vicino a una serie di logge massoniche siciliane (tra le più potenti in Italia). Samonà è infatti vicino a Hiram, rivista del Grande Oriente d’Italia (di cui è stato membro), che ha ospitato spesso suoi articoli e ad Atanòr (nome scippato al forno alchemico), casa editrice autodefinitasi “di trasmissione esoterica” dove il neo-assessore ha pubblicato il suo La tradizione del sé.
- Come chiede Mario Barresi nella bella intervista a Samonà apparsa su La Sicilia: “In un libro di Giacinto Butindaro, “La massoneria smascherata”, del 2012, si legge che lei è iscritto al Goi e che è fra i massoni vicini «al mondo della magia gnostica e sessuale», con legami con “Sixtrum”, rivista di studi esoterici, iniziatici e massoni”.
Insomma, abbiamo sfiorato un incompetente, certo, e menomale, speriamo che la tradizione postfascista (se ne potevano scegliere molti, uno su tutti: Buttafuoco), non ci consegni un massone.
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