The last dance: George Floyd e altri segni della fine degli USA.

Non cominciamo a parlare di inciviltà.

Proprio ora, in questi minuti qui. Giornali su giornali a raccontarci l’orario esatto in cui Silvia Romano è entrata dall’estetista o dal parrucchiere. Non ho letto l’articolo, ne ho letto le conseguenze, in giro per il web, e mi è bastato.

Ricordiamoci di questo odio verbale, verso le donne, verso i migranti, verso i diversi. Un fuoco su cui alcuni giornali, quasi sempre gli stessi, non si fanno problemi a gettare benzina. Ma non è di questo che stiamo parlando.

Sono i giorni magici di The last dance. La serie evento sul King Micheal Jordan che gli abbonati di Netflix, anche quelli che non hanno mai messo piede in un palazzetto, stanno divorando. Jordan rappresenta gli anni ’90, lo strapotere degli sponsor. Il bimbo nero cresciuto in North Carolina, che ha vissuto il razzismo da bambino, e che quasi, a vent’anni, non lo ricorda più. I Bulls di Phil Jackson, Bush senior, Clinton… un’era fa.

C’è chiaramente, a venare i dieci episodi, una vena di malcelata malinconia. Jordan era lo sportivo che rendeva l’America grande nel mondo. Il posto dove tutti volevano andare, che tutti volevano visitare. La maglia dei Bulls era indossata dai bambini di mezzo mondo, l’Unione Sovietica era caduta, la Cina era lontanissima. C’erano solo gli Stati Uniti e 4 milioni di spettatori, tra cui io stesso, che mai ho giocato a Basket, e che pure avevo in casa, appesa bene in vista, la numero 23, bianca e rossa.

Gli Stati Uniti di oggi sono un’altra cosa.

Ieri si sono superati i 100.000 morti per Covid-19, è il Paese con più morti. I casi tra i 50 stati sono arrivati a quota un milioni e settecento mila, trenta mila morti a New York, su più di 360.000 casi.

C’è poi lo scontro sulle elezioni via posta, tra Trump e Twitter. I fatti sono complessi e ci torneremo sicuramente, ma il punto è che, a un’affermazione sbagliata del Tycoon, Twitter ha risposto mettendo in evidenza il post e reindirizzando gli avventori a una pagina di verifica della notizia: la guerra… “Vi faremo chiudere”, ha detto il Presidente.

Presidente che, naturalmente, deve fare i conti con il sangue: Si chiamava George Floyd, l’uomo che lunedì 25 maggio è stato ucciso a Minneapolis da un poliziotto che gli ha premuto il ginocchio sul collo per quasi cinque minuti. La polizia aveva dato come causa del decesso una spiegazione molto diversa, ma in tempi di citizen journalism è molto difficile mentire: un video, impressionante, è stato diffuso, e i vari testimoni hanno invaso i social network raccontando come e perché un uomo è morto.

La città è insorta:

A Minneapolis la situazione sta degenerando e, anche dopo il licenziamento degli agenti e la presa di posizione del governatore Walz e del sindaco Frey, la polizia ha dovuto porre freno ai saccheggi con l’utilizzo di gas lacrimogeni. La maggior parte delle persone, è bene ricordarlo, è scesa in piazza con intenzioni pacifiche, seppure, come molte delle foto hanno mostrato, senza i giusti dispositivi di protezione, rischio su rischio.

E mentre arrivano le notizie delle manifestazioni che dal Minnesota si spostano a Los Angeles e a Memphis, altre due notizie raccontano un’America in ginocchio.

C’è, naturalmente, il problema di Boeing. La società ha annunciato un taglio al personale americano di circa 12 mila persone, in vista della crisi in cui le compagnie aeree sono entrate con un comprensibile vantaggio temporale rispetto agli altri settori industriali.

Nelle stesse ore il Dipartimento di Stato americano fa sapere, tramite Pompeo, che non considera più Hong Kong indipendente dalla Cina. Quello che sta succedendo nell’ex colonia britannica, dicono da Washington, significa che non esiste più nessuna forma di autonomia.

L’ex colonia britannica. L’ex colonia.

Alan Moore chiama così, nel suo V for Vendetta, gli Stati Uniti. Il nome naturalmente viene usato dagli speaker corrotti dal governo fascista di Londra e dall’alto cancelliere, per fomentare le folle.

Ma l’America che racconta Moore non è diversa, per certi aspetti, da quella di oggi: un calderone, dominato da un gigantismo economico non sostenibile e ormai crollato, in preda all’epidemia e alle violenze razziali.

Ma questi sono i giorni magici di The last dance. I giorni di Air Jordan che vola a canestro nei tranquilli, consolanti anni ’90. I ragazzi di tutti i colori guardano Jordan come lo vedessero per la prima volta e, nella celebrazione, il mito si rinnova. Trattengono il respiro fino all’ultimo, per capire se l’ultima danza sarà ballata fino in fondo. Se Jordan e i Bulls vinceranno il sesto titolo.

Trattengono il respiro, anche loro, come ha fatto George Floyd. Afroamericano ucciso nell’America piccola piccola.





Lascia un commento