Sta nascendo una rivoluzione, è possibile che sia quella sbagliata.

È duro essere negro. Ti è mai capitato di esserlo? A me sì, una volta, quando ero povero

Larry Holmes

Siamo, è bene dirlo, sulle soglie della Grande storia. Vero è che su questi schermi questa frase è stata più volte ribadita, ma è bene essere chiari: una pandemia, uno scontro tra superpotenze e un disordine popolare mondiale rappresentano una miscela mondiale instabile, pronta a esplodere.

Ma andiamo per ordine.

La rivoluzione: Le piazze di tutto il mondo si stanno riempiendo, in questi giorni abbiamo visto le manifestazioni italiane, arrivate con un po’ di ritardo, invadere le strade al grido di Balck Lives Matter. Da Milano alla Sicilia, rispettando certo tutte le disposizioni e il distanziamento. Si è parlato di Minneapolis, di Los Angeles, ma anche delle tante discriminazioni che riguardano le donne e gli uomini di pelle nera in Italia, cominciando dalle campagne del Meridione e dai suoi tanti nuovi schiavi.

Le stesse piazze nel mondo intero, in ogni Paese contro alcuni nemici, in ognuno a favore di alcuni amici.

L’iconoclastia: Non è mai un brutto segno quando le statue cominciano a cadere. L’ultima è stata quella di Houston, di Cristoforo Colombo, uomo che nulla c’entra con il razzismo, ammesso che si possa parlare di razzismo serenamente addentrandoci nei meandri della Storia. Nel Regno Unito è successo a Colston, il mercante di Bristol, ma non se la passa bene nemmeno Churchill, che fino a ieri era un simbolo della lotta mondiale al nazi-fascismo.

Non bisogna cadere in queste trappole. Le statue e l’arte vanno contestualizzate, pena la rimozione, la damnatio memoriae, che è cosa molto diversa dalla revisione.

La vera battaglia: Si fa molto rumore, giustamente, per l’omicidio (non la morte, l’omicidio) di George Floyd e dei mille altri nomi figli di una cultura razzista che qui nessuno vuole in alcun modo negare. Ma è bene dire che a manifestare sono gli afroamericani, un gruppo sociale già molto in alto nella scala dei diritti conquistati. Non possiamo infatti dimenticare gli anni ’60 e ’70, poi la normalizzazione degli anni ’80 che ha rovesciato il problema: l’America che era, a metà del secolo scorso, un Paese razzista è arrivata alla fine dello stesso, a essere un Paese meticcio con alcune (poche) sacche suprematiste e razziste.

Così scopriamo che dietro questa questione, come dietro ogni questione, ne striscia continuamente un’altra: il portafoglio. Se infatti bellissimo è vedere l’energia di una generazione meticcia e internazionalista che scende in piazza (anche facendo qualche cafonata) esprimendo un concetto di uguaglianza ed equità, rimane la sensazione che ci si stia concentrando sui sintomi senza indagarne le cause, come ci era già successo con il movimento #FridayForFuture.

George Floyd non è morto perché era nero. George Floyd è morto perché era un nero ed era un nessuno. La componente razzistica da sola non risolve l’equazione, quando a morire nel Mediterraneo erano gli albanesi con gli occhi verdi e non gli africani neri in Italia non ci si strappava le vesti. Quando a essere uccisi al confine erano i messicani in America non ci si stracciava le vesti.

Bisogna indagare la cause, sempre. E la causa è che correggere il razzismo non basta, serve capire che il razzismo è sempre collegato, nel mondo contemporaneo, a una condizione di inferiorità economica diffusa (Nord vs Sud, centro vs periferia, bianchi vs neri). Dunque è sui privilegi che ci si dovrebbe concentrare, sui privilegi e sulle classi sociali, di nuovo.

Due sono le proposte che stanno venendo fuori dai tumulti: la prima chiede di ripensare il ruolo della polizia e la seconda di ripartire dalla scuola e dall’istruzione latu sensu. Abbattere le statue o censurare vecchi film non ha molto senso. Più senso avrebbe rendersi conto delle disparità e intervenire su quelle. Solo così si può lottare contro il razzismo, perché venendo meno il privilegio cadranno anche le classi e le “razze” che lo possiedono. Lo sanno molto bene i giganti economici, così vicini ai nostri momenti di solitudine pandemica, e che adesso ci vogliono meticci, incazzati, certo, purché ancora consumatori.





Lascia un commento