Ci risiamo, ci si divide.
Spesso succede, è bene dirlo, dentro la stessa parte, dentro quel nodo navale gordiano e intricatissimo che ora e sempre si chiama sinistra. Ci si divide e ci si indebolisce. E quello che più dispiace è che non ce ne si rende conto.
Difficile è poi sviluppare un discorso coeso, dentro questa bolla social a cui siamo destinati, bolla di santi, di navigatori, di poeti, di scrittori e filosofi. Perché?
Forse perché addentrandosi dentro le specializzazioni ognuno di noi perde il senso del reale, si concentra sui segni diacritici, sulle virgole e sui punti, dimenticandosi lo sfondo grottesco del reale a cui siamo destinati.
Veniamo ai fatti:
Ci eravamo appena dimenticati, e con grande sforzo, di quanto successo, sulla scia iconoclasta del movimentismo americano attuale, alla statua di Indro Montanelli, a Milano, nei giardini di Porta Venezia che portano il suo nome. La statua, imbrattata di rosso, porta adesso al posto del nome del giornalista, la scritta “razzista stupratore”.
Ora, il punto qui qual è?
Se vogliamo arrivare a dire che Montanelli aveva in testa un mondo molto diverso da quello che abbiamo in mente oggi, un mondo che aveva ben presente le differenze tra razze e tra sessi, di che novità stiamo parlando? Quale scandalo ci coglie?
Forse chi parla dovrebbe prima leggere Montanelli, partendo, per esempio, dalla sua monumentale Storia d’Italia, con particolare riferimento ai volumi “L’Italia in camicia nera” e “L’Italia littoria”. Troverebbe un’opera grandiosa di giornalismo storico, con bordate da destra e da sinistra, cronache di errori commessi ed evitati e tante tante informazioni imprescindibili per l’Italia contemporanea.
Dopo aver letto Montanelli, dopo averne affrontato la caratura morale ed etica, si potrà parlare della cultura femminile nell’Etiopia degli anni ’30, dove Montanelli, che all’epoca era un uomo di 26 anni, venne mandato a fare la guerra da Mussolini (il gran Babbo).
Fatìma, così si chiamava la sposa bambina di Montanelli, e che altrove viene chiamata Destà, viene pagata 350 lire, come tra gli àscari era usanza. Passò, quando il giornalista rientrò in Italia, all’harem di Alessandro Pirzio Biroli, per poi sposare un militare eritreo che era stato agli ordini di Montanelli. Il primo figlio della coppia si chiamerà Indro.
A dimostrare che di “razzisti stupratori” ce ne erano molti in quel periodo, ma di Montanelli ce ne erano pochi.
Giusto, sbagliato? Naturalmente la risposta è che la storia non è giusta e non è sbagliata, è, purtroppo, solamente storia, accadimento, passato.
Ce ne eravamo appena dimenticati, dicevo, come ci eravamo dimenticati delle accuse mosse a Churchill, Colombo, Re Leopoldo e tantissime altre figure storiche che sono state immancabilmente razziste e immancabilmente sessiste, proprio perché nate e cresciute in un ambiente che non si poneva minimamente il problema e che pure, conquista dopo conquista, rivoluzione dopo rivoluzione, è stato necessario per arrivare al punto in cui siamo oggi.
Ma mentre ce ne dimenticavamo Michela Murgia ha avuto quello scambio con Morelli ed ecco che nerudianamente: tutto quel fuoco si è ripetuto, come probabilmente succederà a ondate, nei prossimi mesi.
Non c’è da entrare nel merito e i fatti sono abbastanza noti. Ma mentre si fanno tutti questi distinguo sul concetto di maschile e di femminile, mentre si spolpano le virgole e si mettono in discussione pronomi personali, articoli prima del nome e altra paccottiglia, nessuno pensa a come la condizione della donna, nell’Etiopia contemporanea, in quasi tutta l’Africa contemporanea, non sia diversa da quella vissuta da Montanelli.
Nessuno parla con scandalo delle rotte migratorie della prostituzione dalla Nigeria o dalla Romania, né della drammatica e insanguinata storia degli ottanta mila padri di famiglia italiani che ogni anno vanno verso Kenya e Thailandia per il turismo sessuale minorile, un affare da venti milioni di dollari.
I gesti di Montanelli non possono essere decontestualizzati dal loro contesto storico: mentre Montanelli è a letto con Fatima, a Berlino iniziano i rastrellamenti e i ghetti, in Italia vengono introdotte le leggi razziali, un altro tempo, un altro mondo, in cui tutti, compresa la buona vecchia borghesia, erano profondamente razzisti e maschilisti.
Quel tempo era cieco, questo vede troppo, così non perdiamoci in piccolezze: pensare ai diritti sembra oggi pensare solo ai diritti delle donne borghesi, degli omosessuali borghesi, dei neri borghesi, e chiudere tutti e due gli occhi quando si parla dei diritti sciolti in quella gran massa internazionale che oggi come allora si chiama proletariato.

Lascia un commento