
2025

Da sempre la letteratura, attraverso uno sguardo attento e, talvolta, tormentato sul mondo, si interroga sul futuro e sull’eredità dell’uomo nella Storia. “Che una raccolta poetica sia dedicata cosi? intensamente all’immaginazione del domani” – scrive Marco Malvestio nella postfazione a Non e? la fine del mondo di Maddalena Lotter – “e che lo faccia adoperando i mezzi di un genere con cui la poesia (e soprattutto quella italiana) ha sempre avuto poco a che fare, come la fantascienza, è un dato notevole; ma ancora più notevole è la semplicità e il lirismo con cui questo discorso è portato avanti, che aumentano, invece di diminuire, il senso di straniamento”. Non è la fine del mondo accompagna il lettore all’ascolto di un canto di abissi marini e spazi interstellari, proiettandolo in un futuro cupo e sconvolgente, fra i relitti che testimoniano il passaggio dell’uomo su questo pianeta, ma anche fra i bagliori e le possibilità – splendide e mostruose – che quasi sicuramente abiteranno, o già abitano, il nostro tempo. “L’immaginario fantascientifico, del resto, è affiancato a quello horror e weird in maniera proficua (e dunque agli elementi naturali si accompagnano anche quelli soprannaturali)” continua Malvestio, definendo quest’ultimo lavoro di Lotter “un libro su cui tornare, che come tutta la letteratura riuscita, come tutte le cose ricche e strane che popolano l’oscurità degli oceani, continua a lungo a infestare il lettore”.
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I luoghi sono collisioni di coordinate impazzite, ce lo racconta bene Alessandro Mantovani, in questo suo libro d’esordio, questo Geografia sommersa che racconta la compresenza di spazio, tempo, memoria, passato e futuro attraverso una periegesi in luoghi di volta in volta popolati da voci o deserti, umani e creature paradossali. I luoghi che si incontrano sono reali o immaginati, passati o futuri, ma in tutti si sovrappongono voci, ricordi e utopie. Come un atlante vivente, la raccolta ci proietta in storie lontane ma simultanee tra di loro, nel tentativo di restituire l’espansione delle coordinate antropiche come sempre più lunga nel tempo e nello spazio, eppure compresente. Il coro che si leva, contemporaneamente, da più posti, si armonizza quasi su una voce unica che racconta un mondo di soglia – fisica e mentale – dove regnano il fallimento, l’angoscia e la reiterazione. Un’epica della sconfitta e dei tentativi, che bene funziona come metafora di un tempo, questo, pieno di dolore.
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2024

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