Oggi si festeggia la giornata mondiale dell’ambiente. Mentre ci arrovelliamo il Gulliver nel tentativo di capire l’utilità di dedicare una giornata al pianeta a cui apparteniamo (quando finiranno queste mode?) cerchiamo di capire cosa succede, in questi giorni, alla biodiversità.
India. Partiamo da qui per raccontare lo sfacelo che in questi giorni sta saltando tra le bolle dei social ricordandoci ancora una volta che al netto delle nostre giornate dell’Ambiente, dei paginoni speciali che i quotidiani dedicano al nostro pianeta, l’uomo è questo mostro qui. Era una femmina, una madre che avrebbe partorito un anno, l’elefante ucciso con un ananas imbottito di petardi, in India, nel parco naturale della Silent Valley, Kerala. L’animale è stato ritrovato immerso nelle acque del fiume Velliyar, con una profonda ferita alla mascella che l’ha fatta collassare.
Scene simili a quelle che oggi scuotono l’India sono ordinaria amministrazione in molti stati africani. Se un gesto brutale come quello dell’ananas può infatti suscitare l’ormai arcinota indignazione di massa, dobbiamo tenere presente che nella stessa giornata, in Etiopia, ne sono stati abbattuti 19.
Siberia. Da anni si lotta (greenpeace in testa) per evitare le trivellazioni al Polo nord. Cosa potrebbe succedere? Quello che è successo il 29 maggio all’azienda siberiana Norilsk Nickel che ha sversato, a causa di un errore tecnico, circa venti mila tonnellate di diesel in un fiume. L’allarme è stato dato con molto ritardo e questo ha causato l’inquinamento di uno degli affluenti del fiume Ambarnaya in un’area complessiva di quasi 400 km quadrati. La società Ntek ha riferito che i sostegni di un serbatoio hanno ceduto a causa del riscaldamento del terreno (che di norma dovrebbe essere ghiacciato) dando inizio al disastro. Putin ha dichiarato lo stato d’emergenza, ma la situazione è critica.
Congo. Si parlava di stati africani. La Repubblica democratica del Congo, Paese infuocato dal giorno della sua nascita, conta ogni anno decine di morti tra i ranger del parco del Virunga, ultima grande roccaforte dei gorilla di montagna. A fine aprile, in un unico agguato, diciannove persone sono state uccise a quaranta chilometri da Goma. Siamo a Kivu, una zona falcidiata da bracconismo, focolai di Ebola e lotte interne.
Brasile. Pray for Amazzonia, scrivevamo sui social, ma pochissimi hanno cercato di capire perché l’Amazzonia bruciava, perché bruciava l’Australia. Un motivo c’è, naturalmente: Bolsonaro. Già in campagna elettorale l’attuale presidente brasiliano minimizzava sulle preoccupazioni legate all’accordo di Parigi e alla sua volontà di sfruttare la foresta amazzonica dal punto di vista minerario ed economico.
Bolsonaro è uomo vicino alla lobby dei produttori agricoli che non vedono l’ora di accaparrarsi una fetta di terreno per la soia e la produzione intensiva di carne bovina. La situazione, ancora una volta, è molto complessa: il presidente è spesso dentro il mirino dei gruppi indigeni e, adesso che il Ministero dell’agricoltura si occupa anche delle terre degli indigeni, il FUNAI (l’ente per gli affari indigeni) si è molto indebolito. La ministra dell’agricoltura è adesso Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias, donna vicina al cosìdetto blocco ruralista, cioè agli interessi dei latifondisti.
Se l’epidemia data dal nuovo coronavirus ci ha insegnato qualcosa è che in momenti di difficoltà sanitaria bisogna dare spazio agli esperti (anche quando non concordano, sì) perché dove questo non è stato fatto, cavalcando slogan inutili, molta gente è morta, e i danni economici che si diceva di voler scongiurare non si sono che acuiti. Da anni gli esperti ci dicono di non sottovalutare i rischi collegati ai cambiamenti climatici, di evitare le monoculture, gli allevamenti intensivi.
Le misure contro il Covid hanno funzionato perché sono state misure nazionali e imposte, dettate da una situazione così grave, così emergenziale da dover richiedere uno stop globale delle nostre pratiche. Se si vuole pensare di salvare il pianeta (e la nostra specie con lui) bisogna imporre la decarbonizzazione, promuovere sinceramente le energie rinnovabili, ridurre drasticamente la circolazione della plastica vincolandola esclusivamente agli utilizzi medici o laboratoriali e impedire a tutti i costi la deforestazione.
Questa è la grande sfida, ed è una sfida politica. L’unica vera sfida del nostro tempo.
Qualche Link:
https://europeangreens.eu/manifesto/italy
https://www.quotidiano.net/esteri/elefante-ucciso-india-1.5185093

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